Natale da ridere con Clericetti

15 dicembre 2010 alle 15:28 | Pubblicato su Editoria, Interlinea | Lascia un commento

 
 

 

Da uno dei migliori vignettisti italiani ecco una raccolta delle sue più belle tavole sul Natale. Come scrive lo stesso Clericetti: «Mi avvicino con timore e tenerezza a quell’avvenimento così misterioso e semplice, aspettandomi dalla sua imprevedibilità il regalo di un nuovo spunto per un sorriso divertito, per una smorfia ironica, per un commento sarcastico, per una notazione poetica. E dai miei lontani inizi spesso l’attualità mi ha aiutato a inventarmi un commento o una battuta… Ho capito che più passano gli anni più il mio Natale diventa davvero questo dei miei disegni… noi pastori distratti e noi Re Magi, nonostante Erodi, integralisti, scettici, illuminati e imbecilli che ci tentano, continuiamo e cerchiamo e riprendiamo il cammino verso una meta che c’è, è lì, ci chiama, ci attende, ci riconosce e ci accoglie. Buon Natale a tutti noi, allora!»

UN BRANO DEL LIBRO
I miei Natali
Per me il Natale è il lontanissimo, nebuloso primo ricordo dello stupore di un bambino per il grande albero decorato che dominava la stanza e intorno la presenza di chi mi voleva bene.
Poi è la capannina di cartone del presepe, di un opaco color marrone con la finestrella che si apriva all’ingiù per metterci il fieno per il bue e l’asinello, lo stesso della mangiatoia. Eravamo nella casetta dei contadini di Lonato, due locali uno sull’altro, giù la cucina e su la camera da letto, dopo che la bella casa dov’eravamo sfollati era stata bombardata. Anni dopo mio padre mi spiegò che l’aveva fatta lui, la capanna, con una scatola da scarpe dipinta con avanzi di vernice.
Tornati a Milano, il mio Natale del dopoguerra è la fredda cucina della nonna dove dormivamo noi tre fratelli e quella mattina con i doni di Gesù Bambino: un fuciletto senza l’otturatore per me (era un moschetto da balilla rimediato chissà dove), un fucilino più piccolo ma completo per Carlo e un carrettino di legno tirato da un negretto che camminava in discesa per Mario. E i mandarini, allora una golosità, che brillavano gialli nelle nostre scarpe, sotto la luce fioca della lampadina.
In seguito arrivarono Natali un po’ più ricchi, con i ravioli freschi della mamma sparsi ad asciugare per casa, tanti perché li si mangiava al sugo prima e in brodo poi, e, oltre noi cinque, a pranzo c’erano gli zii o gli amici dei genitori, i Coccoli.
E finalmente i Natali con i miei figli. Specialmente il primo a Gressoney nella casa con le persiane rosse e la neve tutt’intorno, insieme a una famiglia di amici e Giorgio, il loro papà, fuori dalla porta di casa a fare il verso delle renne di Gesù Bambino.
Sì, perché i doni li porta Gesù Bambino, che la sera della vigilia passa nel cielo con la sua slitta carica di regali e tanti angeli che scendono a portarli in ogni casa. Quante volte ho alzato gli occhi per vederla lassù, oltre i tetti, mentre attraversavamo la strada con i bambini per andare al cenone dai nonni, dove poi si sarebbero scoperti i regali arrivati misteriosamente nella stanza più lontana.

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