Albrecht Dürer – biografia

15 dicembre 2011 alle 10:59 | Pubblicato in Interlinea | Lascia un commento
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1471 (21 maggio)

Albrecht Dürer nasce a Norimberga, terzogenito di diciotto figli. Il padre, Albrecht Dürer il Vecchio era giunto in Germania dall’Ungheria nel 1455 e si era sposato nel 1467 con Barbara Holper; presso di lui il ragazzo impara l’arte orafa.

 1486 (30 novembre)

Entra come apprendista nella bottega di Michael Wolgemut, dove impara le tecniche pittoriche e grafiche, studia le opere di Martin Schongauer e del Maestro del Libro di Casa, determinanti per lo sviluppo del suo linguaggio artistico.

 1490 (aprile)

Finito l’apprendistato, inizia un viaggio dapprima attraverso verso il Nord Europa, poi a sud.

 1492

Nel corso di questo viaggio si reca a Colmar per conoscere Martin Schongauer ma giunge poco dopo la sua morte (2 febbraio 1491); è quindi ospitato dai fratelli dell’incisore e può studiarne le opere. Durante l’estate si reca a Basilea e collabora all’illustrazione silografica di alcuni libri (Das Narrenschiff di Sebastian Brandt e Ritter von Turn, edito da Furter e Bergmann von Olpe) e disegna centocinquanta incisioni, di cui restano centoventiquattro legni, per un’edizione di Terenzio, mai pubblicata.

 1493

Si trasferisce a Strasburgo, dove incontra Hans Baldung Grien, suo futuro allievo.

 1494 (18 maggio)

Ritorna a Norimberga e il 7 luglio sposa Agnes Frey, figlia di un orafo della città. In autunno parte per il primo viaggio di studio in Italia soggiorna a Venezia e visita probabilmente Padova, Mantova, Cremona.

 1495 (primavera)

Torna a Norimberga. Dipinge molti paesaggi alpini ad acquerello, incide La sacra famiglia della libellula e La piccola Fortuna.

 1496

A Norimberga conosce l’elettore di Sassonia Federico il Saggio, che diventa un prezioso mecenate. Nello stesso anno progetta e realizza le prime tavole della serie Grande Passione (dodici silografie), pubblicata nel 1511, e dell’Apocalisse, stampando i primi fogli di prova, senza testo al verso. Incide Il martirio dei diecimila e il Figliol prodigo.

 1498

A proprie spese pubblica e pone in commercio la serie dell’Apocalisse, rilegata in volume, con testo in latino e tedesco. Tra 1498 e 1499 incide Sansone che uccide il leone, Il martirio di Santa Caterina, La tentazione dell’ozioso, La Madonna della scimmia, Il mostro marino e il Combattimento tra la Virtù e il Piacere alla presenza di Ercole.

 1502-1505

Progetta e incide le prime tavole della serie intitolata Vita della Vergine, che sarà completata nel 1510 e pubblicata nel 1511.

 1504

Incide i bulini Adamo ed Eva e Natività; completa il trittico detto Altare Paumgartner (München, Alte Pinakothek).

 1505-1507

Compie il secondo viaggio in Italia, tornando a Venezia e visitando Padova, Bologna (qui può aver incontrato Luca Pacioli, impegnato in studi di matematica e sulle proporzioni), Pavia, dove l’amico Willibald Pirckheimer frequentava l’università. Di tale soggiorno sono testimonianza numerose lettere indirizzate all’amico, per il quale comprava oggetti preziosi e libri di classici. Dipinge La Festa del Rosario per chiesa dei tedeschi a Venezia (Praga, Národní Galerie). Il viaggio è per lui stimolante perché ammira la cultura italiana e conosce lo status sociale di cui godono gli artisti. Tornando a Norimberga comincia a studiare le lingue, la matematica e la prospettiva.

 1507

Inizia la progettazione della serie Piccola Passione su rame, terminata nel 1513. Dipinge le tavole di Adamo ed Eva (Madrid, Museo del Prado).

 1509

Inizia la serie Piccola Passione su legno, cui si dedicherà fino al 1512.

 1511

Pubblica le serie Grande Passione, Vita della Vergine e una riedizione dell’Apocalisse. Incide La Trinità, La Messa di San Gregorio e La Madonna della pera.

 1513-1514

Incide Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo, San Gerolamo nello studio e Melencolia I, definite come Meisterstiche, ovvero «incisioni magistrali».

 1515

Collabora all’esecuzione dell’Arco di trionfo di Massimiliano I, una un’opera di enormi dimensioni che risultante dall’unione di novantadue silografie. Il programma iconografico, suggerito da Pirckheimer è teso all’esaltazione delle virtù umanistiche, morali, politiche e militari dell’imperatore. Come compenso Dürer riceve un vitalizio annuo di 100 fiorini, a carico della città di Norimberga; la pensione gli sarà elargita fino al 1519 anno della morte di Massimiliano I.

 12 luglio 1520-1521

Parte per Anversa, con l’obiettivo di chiedere al nuovo imperatore Carlo V il rinnovo del vitalizio concessogli dal suo predecessore. Ad Anversa risiede per un anno compiendo brevi viaggi nei Paesi Bassi; il ricordo di questi eventi è riportato nel suo diario (Tagebuch der niederländischen Reise). In esso annota tutti gli spostamenti, le spese, descrive le feste e le fiere di paese, le rarità naturali e artigianali che vede e, seppure in modo più succinto, gli artisti incontrati tra gli altri, Quentin Metsijs, Joachim Patinier e Luca di Leida (che definisce un «prodigioso giovane»). Il 23 ottobre si reca ad Acquisgrana, per assistere all’incoronazione di Carlo V, il quale solo il 15 novembre successivo gli rinnoverà la pensione. Si reca in Zelanda attirato dalla notizia dello spiaggiamento di un grosso animale, ma è colpito da una malattia improvvisa che lo indebolirà fino alla morte.

 1521

Tornato a Norimberga si dedica soprattutto agli interessi scientifici. Rimangono appunti di un grande trattato teorico sull’arte, di ricerche su prospettiva e proporzione, di urbanistica e scienza delle fortificazioni.

 1525

Pubblica a Norimberga un trattato di geometria (Underweysung der Messung mit dem Zirckel und Richtscheyt in Linien, Ebnen und gantzen Corporeni).

 1526

Incide gli ultimi bulini con i ritratti di Filippo Melantone ed Erasmo da Rotterdam.

 1527

Scrive e pubblica a Norimberga un trattato sulle fortificazioni di castelli, città e borghi dedicato a Ferdinando re d’Ungheria (Etliche Underricht zu Befestigung der Stett, Schloss und Flecken).

 1528 (6 aprile)

Muore a Norimberga. Viene pubblicato postumo un suo trattato sulla simmetria e le proporzioni nel corpo umano (De simmetria partium in rectis formis humanorum corporum libri); esso faceva parte di un più ampio trattato sull’arte rimasto incompiuto. È sepolto nel cimitero della chiesa di San Giovanni a Norimberga; sulla targa bronzea si leggono, scritte con caratteri romani, le parole dell’amico Pirckheimer: «Quanto vi era di mortale in Albrecht Dürer giace in questa tomba».

(a cura di Giulia Basilico, dal catalogo della mostra

Albrecht Dürer. Le stampe della collezione di Novara,

a cura di Paolo Bellini, Interlinea)

Dürer e la raccolta delle sue stampe a Novara

14 dicembre 2011 alle 13:51 | Pubblicato in Interlinea | Lascia un commento
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Dalla presentazione del catalogo

Non era come gli altri artisti e fin dagli anni della sua formazione ha compiuto scelte fuori dall’ordinario, mostrando un desiderio di conoscere che molti suoi colleghi di allora non avevano in uguale misura, né avevano avuto. Intorno al 1497 ha cominciato a intagliare alcune grandi tavole per illustrare l’Apocalisse e altre per la serie che sarebbe stata poi chiamata la Grande Passione, creando opere che, per il formato e la maestria tecnica dell’intaglio su legno, superavano di gran lunga i lavori silografici fino ad allora compiuti e facevano apparire le prove precedenti come impacciati tentativi di semplici artigiani. Accanto però a questa inusitata e straordinaria maestria nel maneggiare le sgorbie e nel creare incisioni su legno nuove nel formato e nella loro stessa concezione, Dürer ha mostrato, fin da questi lavori, di sapere presentare spesso anche opere dotate di contenuti significativi e pregnanti, ricchi di rimandi allegorici e di dense iconografie. Singolare è stato non solo come artista, ma anche come uomo: colto, aperto al nuovo, amico di letterati e studiosi, attento a non coltivare credenze religiose di facciata, capace di maturare un’esperienza interiore che lo porterà nell’ultimo decennio a interessarsi e ad avvicinarsi alla predicazione di Lutero. Di questa eccezionalità erano convinti i contemporanei, a cominciare da W. Pirckheimer, che sulla lapide dell’amico artista fece incidere questa significativa epigrafe: «Ciò che di mortale fu di Albrecht Dürer riposa in questa tomba».

*

Questa ammirazione dei contemporanei per Dürer è proseguita nel tempo, preservandosi, a dispetto delle mode, anche nei secoli successivi, orientata soprattutto nei riguardi delle sue eccezionali capacità di incisore. Non meraviglia dunque che un collezionista di largo respiro come Venanzio De Pagave abbia incluso nelle sue raccolte anche un cospicuo numero di stampe düreriane. Basterà qui ricordare che proveniva da una famiglia di origine spagnola, trasferitasi a Milano fin dal XVI secolo, quando si era instaurato il dominio spagnolo sulla Lombardia, più tardi sostituito dal potere asburgico che convalidò i titoli nobiliari della famiglia, assegnando anche alcuni incarichi ufficiali a Venanzio, la cui vita si chiuse nel 1803. Una consistente parte delle collezioni di Venanzio è poi passata per eredità a uno dei quattro figli, Gaudenzio. Fra questi beni vi erano anche le stampe, che Gaudenzio portò sempre con sé nei suoi vari spostamenti: sappiamo ad esempio che le aveva con sé a Brescia, dove dal 1826 al 1833 ricoperse la carica di delegato. Nelle proprie disposizioni testamentarie nominò erede delle sue sostanze la città di Novara e nel 1833, anno della sua morte, venne redatto un inventario delle sue proprietà, che conteneva un elenco dei disegni di architettura e delle stampe. Insieme ai quadri, ai disegni e ai libri, le stampe vennero portate a Novara in una data compresa fra il 1835 e il 1852. Nella collezione le stampe düreriane erano conservate in un grande album, oggi non più esistente, ma idealmente ricostruito da Aurora Scotti. Con ogni probabilità voleva essere un tentativo di raccogliere le più importanti e note incisioni di Dürer, ma con aggiunte di fogli di altri artisti (italiani, tedeschi e olandesi). Il volume si apriva con una piccola galleria di ritratti: dapprima un’incisione del tedesco Luca Kilian (1579-1637), il Doppio ritratto di Dürer (c. 1628), un bulino che mostra in due pose l’artista, in piedi, ai lati di un tavolo su cui si legge la scritta: «labore et constantia»; appesi ai lati vi sono vari strumenti associati al lavoro di Dürer come pittore, incisore e teorico dell’arte; nella parte superiore si trova una scritta, che riporta le date di nascita e di morte dell’artista e ripete l’epigrafe di Pirckheimer, sormontata da uno stemma che raffigura una porta aperta. L’opera successiva nell’album era un altro Ritratto di Dürer, sempre dello stesso Kilian, cui faceva seguito un terzo ritratto, questa volta del padre dell’artista, inciso da Wenzel Hollar (1607-1677). In totale il grosso volume conteneva 245 stampe incollate su 128 pagine.

*

La raccolta düreriana di Novara annovera 178 fogli, includendo fra loro anche alcune stampe non di Dürer, ma da lui derivate (eseguite da suoi seguaci o imitatori coevi), più un suo ritratto inciso da E. Schön. L’intera raccolta che viene esposta in questa mostra comprende 73 opere incise con il bulino, un’acquaforte (Il grande cannone) e un centinaio di silografie. Sono presenti nella raccolta tutte le grandi serie düreriane, in modo completo la Piccola Passione incisa a bulino (16 stampe), la Grande Passione (11 stampe, ma manca il frontespizio), la Piccola Passione su legno (36 stampe, anch’essa però priva del frontespizio), la Vita della Vergine (19 stampe, manca il frontespizio raffigurante La Vergine appare a san Giovanni, Meder 163). Della serie sull’Apocalisse sono presenti solo 9 tavole su un totale di 16 e anche qui manca il frontespizio.

È stata una scelta opportuna quella di predisporre questa mostra dei fogli di Dürer accompagnata da un catalogo, che per la prima volta pubblica le immagini di tutti gli esemplari düreriani della raccolta novarese.

Le schede che in questo volume commentano le opere sono state concepite al fine di colmare un certo vuoto nell’ambito della letteratura artistica düreriana, specie per quanto riguarda le pubblicazioni italiane. Come è noto infatti, gli studi sulle incisioni di Dürer sono numerosissimi e alcuni molto settoriali, specie nell’ambito dei Paesi di lingua tedesca. In Italia, negli ultimi decenni, si sono avute alcune pubblicazioni importanti al riguardo. In questi testi vengono con merito messi in luce gli aspetti storici, le cronologie e le fonti da cui l’artista potrebbe aver derivato alcune sue opere, mentre poco o quasi nessun rilievo sembra dato all’approfondimento iconografico. Per questa ragione nelle schede del presente catalogo tale aspetto viene invece ampiamente analizzato, nella convinzione che la comprensione piena di un soggetto sia una base necessaria per il corretto inquadramento di altri dati relativi a un’opera.

Nel caso di Dürer questa direzione di ricerca si rivela particolarmente ricca di scoperte, mettendo in risalto particolari non sempre percepiti a un primo sguardo e insieme permettendo di scoprire come una tale ricchezza e profusione di dettagli non sia un semplice adeguamento a una prassi iconografica del tempo, ma una via in fieri, nelle mani dello spettatore, per cogliere significati più sottili e interiori, che travalicano i confini di quanto l’opera illustra in prima istanza.

In Dürer molti soggetti sono “tradizionali”, ma spesso il modo con cui vengono affrontati e sottilmente proposti è nuovo e differente. Ad esempio nei tre cicli cristologici le modalità di rappresentazione dei frontespizi cercano di raccogliere in un’unica immagine tutte le varie fasi di sofferenza della Passione. Altri soggetti, del tutto nuovi, affrontano tematiche teologico-esistenziali, come Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo, La tentazione dell’ozioso, La Malinconia o come l’enigmatico Mostro marino (di cui la raccolta novarese possiede un esemplare mutilo) che, a dispetto del titolo, potrebbe nascondere una sottile allegoria della salvezza.

Paolo Bellini

(estratto dal catalogo della mostra

Albrecht Dürer. Le stampe della collezione di Novara,

a cura di Paolo Bellini, Interlinea)

Le più belle incisioni di Dürer in mostra a Novara

14 dicembre 2011 alle 13:33 | Pubblicato in Interlinea | Lascia un commento
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Una delle più importanti collezioni italiane delle incisioni di Dürer sono per la prima volta in mostra a Novara dal 16 dicembre al 28 febbraio, nell’antico palazzo del Broletto, uno dei monumenti restaurati e riaperti in occasione dell’Unità d’Italia (inaugurazione-anteprima giovedì 16 dicembre alle 17,30 con interventi di Paolo Bellini dell’Università Cattolica e Marco Carminati del “Sole 24 Ore”). In Albrecht Dürer. Le stampe della collezione di Novara, promossa dal Comune di Novara con catalogo Interlinea a cura di Paolo Bellini, si possono ammirare 178 tra le più belle opere del grande artista tedesco. Sono un centinaio di silografie, un’acquaforte e 73 opere incise a bulino appartenenti alle grandi serie dureriane: la Piccola Passione incisa a bulino e quella su legno, la Grande Passione, la Vita della Vergine e l’Apocalisse. Le opere fanno tutte parte della collezione di Venanzio De Pagave (1722-1803), donata alla città dal figlio Gaudenzio nel 1833. Il restauro attuale ha inserito le incisioni con i loro controfondi storici in semplici passepartout di cartone a ph neutro.

Albrecht Dürer (Norimberga 1471-1528) è stato uno dei più importanti artisti del Rinascimento nordeuropeo. Avviato dal padre al lavoro di orafo, ma da subito appassionato di pittura, ben presto scelse di abbandonare i metalli nobili e preferì dedicarsi alle incisioni su rame e su legno, arte nella quale finirà per eccellere. La sua esperienza si arricchì e si consolidò con numerosi viaggi in tutta Europa e in particolare in Italia, dove aprì una fiorente bottega a Venezia.

Il catalogo Albrecht Dürer. Le stampe della collezione di Novara non solo illustra tutte le opere della collezione ma in particolare ne esamina con ampie schede di commento quelle ritenute più importanti e significative da un punto di vista iconografico. L’interpretazione e la corretta descrizione dei soggetti costituiscono infatti il taglio privilegiato dal curatore, Paolo Bellini dell’Università Cattolica, coadiuvato da Giulia Basilico, nel convincimento che gli studi su Dürer più recenti abbiano poco indagato su questo particolare versante.

La mostra è promossa dal Comune di Novara, Assessorato al Sistema dei Beni e delle Attività Culturali, con il sostegno della Fondazione Comunità Novarese Onlus Albrecht Dürer, le stampe della collezione di Novara, Arengo del Broletto di Novara, corso Italia 16 (orari di apertura: martedì- sabato ore 14-19, domenica 10-19, chiuso lunedì, 25 e 26 dicembre 2011, 1° gennaio 2012. Info e visite guidate: 0321 3702758, 800 500 257, musei@comune.novara.it).

Nella presentazione l’assessore comunale alla cultura Paola Turchelli si sofferma sull’immagine celebre della Malinconia, scelta a rappresentare la mostra perché «compendia in modo suggestivo e misterioso un intelletto e un animo umano sensibile alla bellezza, che lo stesso artista confessava di non saper definire: “Che cosa sia la bellezza io non lo so… Non so se esiste una che sia tale da non essere suscettibile di ulteriori perfezionamenti. Solo Dio ha questa sapienza e quegli cui Lui lo rivelasse…” Dürer ebbe senz’altro tale rivelazione, che oggi illumina la prima importante mostra con cui il Comune di Novara, nel rinnovato palazzo del Broletto, accanto alla rinata galleria d’arte moderna Giannoni, intende inaugurare un periodo nuovo nel segno dell’arte e in particolare della grafica, in una città che ha visto nascere designer, architetti e case editrici».

Il restauro delle incisioni è stato sostenuto dalla Fondazione della Comunità del Novarese Onlus perché. come ha dichiarato il presidente Ezio Leonardi, «questo patrimonio, dopo anni d’oblio, possa essere restituito alla comunità».

Nel catalogo la direttrice dei Musei Civici Maria Carla Uglietti ripercorre la vicenda della donazione annunciando che «dopo l’esposizione in programma all’Arengo del Broletto le stampe torneranno nei depositi del Museo ma in futuro saranno nuovamente visibili a rotazione in una sala del percorso museologico già predisposto in vista della riapertura delle civiche raccolte d’arte presso il Castello di Novara».

Sono previste visite guidate per gruppi di adulti su prenotazione dalle ore 16.30 alle ore 18.30 di ognuno dei seguenti sabati: 17 dicembre; 7,14,21 e 28 gennaio. Sono inoltre in programma iniziative didattiche per le scuole superiori su prenotazione, con laboratorio e visita guidata nelle giornate di:venerdì 16 dicembre e 10, 13, 17 e 20 gennaio dalle ore 9.30 alle ore 10.30. Il laboratorio, a cura di Antonio Alfieri, ha lo scopo di presentare le principali tecniche incisorie e fare una prova di incisione all’acquaforte, durata circa 30 minuti; segue una visita alla mostra a cura di Giulia Basilico di circa 30 minuti. Prenotazioni al telefono 0321 3702758.

La scomparsa del partigiano scrittore Guido Petter

25 maggio 2011 alle 14:56 | Pubblicato in Editoria, Interlinea, Novara | Lascia un commento
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Cordoglio nel mondo culturale e accademico italiano, ma anche nel Novarese e nel Verbano Cusio Ossola, per la morte, ieri 24 maggio, del noto professore di psicologia dello sviluppo dell’Università di Padova, ex partigiano novarese, autore di diversi volumi di memorie, rivolgendosi in particolare ai ragazzi, sui suoi trascorsi nella Resistenza, l’ultimo dei quali è La prima stella. Valgrande ’44, in stampa presso Interlinea con una nota di Mauro Begozzi, incentrato sui martiri dell’eccidio nazifascista di Fondotoce sul lago Maggiore nel giugno del 1944. Altri suoi racconti sono nel catalogo Giunti e Mursia. Ha molto collaborato con l’Istituto Storico della Resistenza Fornara e con la Casa della Resistenza.

Nato a Luino nel 1927, Guido Petter ha curato la traduzione e diffusione del pensiero di Jean Piaget in Italia. Petter ha compiuto studi e ricerche nelle aree della percezione, del linguaggio, dello sviluppo cognitivo, della psicologia educativa. Maestro di molte generazioni di psicologi italiani, ha contribuito significativamente alla diffusione di una cultura psicologica nelle scuole e tra gli insegnanti, pubblicando numerosi volumi scientifici e divulgativi di psicologia e psicopedagogia. A Padova nel 1979 fu vittima di un’aggressione da parte di alcuni esponenti di Autonomia Operaia. Nel 2005 è stato insignito della medaglia d’oro del Presidente della Repubblica per i Benemeriti della Cultura.

 

NOTA BIOGRAFICA

Guido Petter, nato a Colmegna di Luino nel 1927, professore emerito di Psicologia dello sviluppo all’Università di Padova, è stato partigiano nella 10ª brigata Garibaldi “Rocco”, che ha operato sui monti intorno al lago d’Orta e nel Vergante. Alla Resistenza ha dedicato il libro Ci chiamavano banditi (Giunti, Firenze 1995) in cui narra la sua esperienza partigiana, e altri libri destinati a preadolescenti o adolescenti: Una banda senza nome (ivi, 1996), Nel rifugio segreto (ivi, 1998), Sempione ’45. Il salvataggio della galleria (Interlinea, Novara 2006). Destinati invece agli insegnanti sono vari suoi libri di psicologia dello sviluppo o dell’educazione, come Dall’infanzia alla preadolescenza (Giunti, Firenze 1992), Problemi psicologici dell’adolescenza (La Nuova Italia, Firenze, 1990), Ragionare e narrare. Aspetti psicologici dell’insegnamento della storia (La Nuova Italia, Milano 2002), La narrativa a scuola. Il lavoro sul testo e l’incontro con l’autore (Erickson, Trento 2007), Ragione, fantasia e creatività nel bambino e nell’adolescente (Giunti, Firenze 2010), Il mestiere di insegnante. Aspetti psicologici di una delle professioni più interessanti e impegnative (ivi, 2006). È mancato il 24 maggio 2011, pochi giorni prima della commemorazione, che avrebbe dovuto tenere, dei martiri di Fondotoce, al centro del suo ultimo libro La prima stella. Valgrande ’44.

 

QUARTA DI COPERTINA DEL LIBRO IN USCITA LA PRIMA STELLA (INTERLINEA)

Riccardo, Marcello ed Emiliana si ritrovano tutte le sere con gli amici sul lungolago di Intra per chiacchierare e confrontarsi su idee e speranze. Ma siamo nell’estate del 1944 e la quotidianità per loro significa il coprifuoco, le ronde dei repubblichini, la preoccupazione e la paura per le nefaste conseguenze della guerra. Sui vicini monti della Valgrande avverrà, sotto gli occhi atterriti dei ragazzi, un’operazione di rastrellamento in grande stile compiuta da nazisti e fascisti per catturare i partigiani, tra i quali c’è Armando, fratello di Emiliana, e fare terra bruciata intorno a loro. Questi terribili avvenimenti, conclusi nel giugno 1944 dagli eccidi di Fondotoce e Baveno, porteranno Riccardo e Marcello a interrogarsi sui propri convincimenti e ideali e a porsi il problema di una scelta che sia in armonia con i valori in cui credono. L’autore del romanzo, Guido Petter, è stato partigiano in queste terre e ha dedicato tutta la vita ai giovani, come docente universitario e come scrittore.

 URL:http://www.interlinea.com/schedenovita/Petter,La%20prima%20stella.htm

TESTORI E LA CROCE NELL’ARTE CONTEMPORANEA

19 maggio 2011 alle 15:54 | Pubblicato in Editoria, Interlinea | Lascia un commento

Bacon, Matisse, Beckmann e Hödicke: quattro loro celebri dipinti sono al centro di questo libro di Testori sulla Crocifissione, uno dei temi fondamentali della sua opera, ai quali si aggiungono quelli di altri artisti, quali Kei Mitsuuchi e Vittorio Bellini. Il volume raccoglie pagine rare che raccontano un ritratto di Testori “davanti alla croce”, attraverso varie scritture: di poesia, di riflessione etica e di critica, a sottolineare, come dice Testori, «quanto sia ancora possibile che arte e fede, che forma e Cristo si trovino indissolubilmente legati nell’immagine e nella parola». Come scrive il curatore Fulvio Panzeri «il dramma di Cristo morente, la sua sofferenza, diventano per Testori un emblema di redenzione, espresso dall’arte in modo dirompente e immediato». Con immagini d’arte a colori.

AUTORE

Giovanni Testori, milanese (1923-1993), è stato narratore (Il ponte della Ghisolfa, Il fabbricone), poeta, drammaturgo e critico d’arte: un artista in senso pieno. Di lui Giovanni Raboni ha scritto che è «scrittore e artista che non ha probabilmente l’uguale, qui da noi, per complessità di motivi e per complessiva altezza di risultati, negli ultimi decenni del Novecento». Nel catalogo Interlinea di Testori si ricordi Maestro no e la raccolta di testi natalizi Un bambino per sempre.

IMMAGINI D’ARTE

Prosa, poesia e arte si fondono in questo libro per offrire al lettore una riflessione spirituale sul tema della Croce. Tra le tante opere d’arte inserite ricordiamo Francis Bacon, Tre studi per una Crocefissione; Max Beckmann, La discesa dalla croce; Karl Hödicke, Crocifissione; Henri Matisse, studio per la Discesa dalla croce per la cappella di Saint Paul de Vence; Lucio Fontana, Via crucis; Arnulf Rainer, Crux; Kei Mitsuuchi, Crocifissione; Vittorio Bellini, Via crucis di Vertova.

UN BRANO DEL LIBRO

Quando fermi davanti alla croce, guardiamo il volto di Cristo, ci accorgiamo che a poco a poco, tra la brina del sudore e le gocce dense e grevi del sangue, quel volto diventa l’alveo, la casa, il nido di raccolta e l’effigie stessa di tutte le offese, di tutte le ingiustizie, di tutti i dolori e di tutte le lagrime che devastano il mondo. Allora su quel volto, diversificati uno per uno, ma abbracciati in una stessa domanda, in una stessa risposta e, dunque, in una stessa pace, scorgiamo i volti di tutti i sofferenti, di tutti gli affamati, di tutti i malati che ci è accaduto d’incontrare nella vita, quelli ai quali non abbiamo dato nulla o ben poco di quanto, con la loro presenza, ci chiedevano; e, insieme ai loro, i volti dei sofferenti, degli affamati, degli oppressi e dei malati che nella vita ci hanno preceduti e ci seguiranno. Presi da quell’infinita, tremante capacità di condensare in sé tutte le altre vite e di far lievitare come un muschio e fiorire come un prato, da tanto, terribile dolore la realtà della pace, noi ci chiediamo da dove questo miracolo nasca. La risposta è nella natura stessa dell’uomo-Dio che sulla croce ha voluto salire e morire per liberare veramente e totalmente l’uomo e, con l’uomo, il mondo. Questa natura è, in assoluto, la carità; è, in assoluto, l’amore.

Giovanni Testori, Davanti alla croce. Parola, arte e vita, a cura di Fulvio Panzeri, pp. 160, euro 14

Il classico di De Amicis “La piccola vedetta lombarda”

19 maggio 2011 alle 15:46 | Pubblicato in Editoria, Interlinea | Lascia un commento

Edmondo De Amicis, La piccola vedetta lombarda, illustrazioni di Paolo D’Altan, “Le rane” 29, pp. 24, euro 8: torna uno dei racconti più famosi e belli di Cuore, uno dei libri simbolo dell’Unità d’Italia. È la storia di un ragazzino che durante il Risorgimento incontra una compagnia di soldati italiani. L’ufficiale gli chiede di salire su di un frassino a far da vedetta: avvista così poco lontano un drappello di austriaci che, disgraziatamente, lo notano e iniziano a bersagliarlo con colpi di fucile… Una storia che ancora oggi commuove e ha molto da dirci.

Edmondo De Amicis (1846-1908) entrò a sedici anni all’Accademia militare di Modena, dove divenne ufficiale. Nel 1866 partecipò alla battaglia di Custoza e quando lasciò l’esercito divenne inviato per “La Nazione” di Firenze. Nel 1886 l’editore Treves pubblicò Cuore, che ebbe subito un grande successo, tanto che De Amicis divenne lo scrittore più letto d’Italia.

Proprio davanti all’aia si drizzava un frassino altissimo e sottile, che dondolava la vetta nell’azzurro. L’ufficiale rimase un po’ sopra pensiero, guardando ora l’albero ora i soldati; poi tutt’a un tratto domandò al ragazzo: «Hai buona vista, tu, monello?»

«Io?» rispose il ragazzo. «Io vedo un passerotto lontano un miglio».

«Saresti buono a salire in cima a quell’albero?»

«In cima a quell’albero? Io? In mezzo minuto ci salgo».

«E sapresti dirmi quello che vedi di lassù, se c’è soldati austriaci da quella parte, nuvoli di polvere, fucili che luccicano, cavalli?»

«Sicuro che saprei».

«Che cosa vuoi per farmi questo servizio?»

«Che cosa voglio?» chiese il ragazzo. «Niente. Bella cosa! E poi!… se fosse per i tedeschi, a nessun patto; ma per i nostri! Io sono lombardo».

Da Interlinea un saggio per spiegare la guerra ai più piccoli:

19 maggio 2011 alle 15:41 | Pubblicato in Editoria, Interlinea | Lascia un commento

Walter Fochesato, Raccontare la guerra. Libri per bambini e ragazzi, pp. 248, euro 20: Come si racconta la guerra a bambini e ragazzi? Il saggio, ricco di citazioni, offre un’ampia ricostruzione di come il tema sia entrato nei libri, partendo dalla conclusione del processo risorgimentale per arrivare ai giorni nostri. Da Cuore a Capuana, da Vamba a Il piccolo alpino, passando per la prima guerra mondiale e le tragiche guerre del fascismo fino a giungere ai romanzi di grandi scrittori o illustratori quali Robert Westall, Uri Orlev, Tomi Ungerer, Roberto Innocenti e Lia Levi. A lungo la letteratura italiana per l’infanzia si è mostrata viziata da pesanti condizionamenti pedagogico-moralistici e ideologici. Soltanto verso i primi anni settanta si è cominciato a pubblicare storie che cercano di raccontare la guerra e i suoi orrori attraverso gli occhi dei ragazzi e affidandosi al primato della narrazione. Scrive Walter Fochesato: «La presa di coscienza del “non senso” della guerra credo che passi attraverso l’esame delle guerre stesse e non in una debole e sovente noiosa perorazione attorno alla pace».

Walter Fochesato è fra i maggiori studiosi italiani di letteratura per l’infanzia e di storia dell’illustrazione. Da anni coordinatore redazionale del mensile “Andersen”, ha curato l’allestimento e i cataloghi di mostre ed è autore di numerosi saggi. Presso Interlinea è uscito di recente Auguri di Buon Natale. Arte e tradizione delle cartoline augurali.

La EL, nel 1991 per la collana “Ex libris”, pubblicò La casa vuota di Claude Gutman. Libro cupo, aspro, straziante ma umanissimo e salutare. David è un ragazzo ebreo di quindici anni. Il padre, scampato ai massacri di una banda di polacchi antisemiti, è riuscito a ricostruirsi una famiglia e una vita a Parigi e nutre l’ingenua fiducia che in Francia (“Paese della libertà”) non possa più accadere nulla del genere, anche quando l’occupazione nazista della capitale e la fervente opera di delazione dei collaborazionisti fanno precipitare la situazione. In breve i genitori di David cadono in una retata e lui resta solo, disperato e rabbioso, deciso a vendicarsi e, soprattutto, a difendere la propria identità. Approderà, infine, a una grande casa di pietra rosa ai margini di un bosco dove vivono, con lui, altri ragazzi ebrei scampati ai rastrellamenti. Una notte, mentre è nel bosco con Claire, della quale si è teneramente innamorato, le SS arrivano anche lì. David può soltanto assistere, impotente. E allora inizia a scivere la sua storia, con lucida consapevolezza.

Risorgimento a Novara. Lo sviluppo della città nell’Ottocento:

19 maggio 2011 alle 15:32 | Pubblicato in Editoria, Interlinea, Novara | Lascia un commento

La scelta di realizzare un volume sulle vicende di Novara durante il Risorgimento, proprio in occasione del 150° anniversario dell’unità nazionale, è stata dettata dalla volontà di far prendere pienamente coscienza, una volta per tutte, non solo del ruolo fondamentale e indiscutibile avuto dalla città, dal suo territorio e dalle personalità da essi espresse, nella costruzione della nuova Italia, ma anche di come questo periodo coincida con il decisivo salto di qualità di Novara da semplice borgo, pur capoluogo amministrativo-militare, a vero centro urbano motore di attività commerciali e produttive, di crescita edilizia, sede di istituti di istruzione e luogo di promozione sociale e culturale. Si può veramente affermare che la città di oggi non è altro che l’evoluzione, il frutto dello sviluppo di quella impostata con spirito d’iniziativa, lungimiranza, senso del bene comune, impegno e sacrificio dai nostri concittadini di allora, nessuno escluso. Per fornire un quadro che fosse il più completo possibile, si è chiesto il contributo di alcuni fra i migliori studiosi specializzati ciascuno nella ricerca su singoli aspetti della storia cittadina. L’ambito di approfondimento è concentrato sulla città di Novara, mentre gli estremi di studio sono stati convenzionalmente fissati nel 1815 (fine dell’epoca napoleonica e inizio della Restaurazione) e nel 1870 (presa di Roma).

Sette furono i novaresi che seguirono Garibaldi nella sua impresa più famosa, la spedizione dei Mille. [...] Sette eroi di cui oggi si è persa la memoria, quasi del tutto. Sette uomini. Sette storie diverse ma un solo ideale per tutti: così grande da dovercisi giocare la carriera e la vita, e così lontano dal nostro presente di italiani che si ricordano di avere una patria più o meno ogni quattro anni, in occasione dei campionati mondiali di calcio. Ma gli ideali non si misurano con i tempi, perché cambiano nel tempo. Chi li ha, li avrebbe comunque. È difficile dire cosa farebbero questi sette novaresi della spedizione dei Mille se vivessero oggi. Forse si dedicherebbero a qualche opera di volontariato; forse andrebbero in Africa o in Asia, nelle zone più travagliate del pianeta, con qualcuna delle organizzazioni che si sforzano di aiutare e di soccorrere i disgraziati delle terra. Cercherebbero comunque di cambiare il mondo (tratto dal testo introduttivo Sette novaresi con Garibaldi per cambiare il mondo di Sebastiano Vassalli).

Risorgimento a Novara. Lo sviluppo della città nell’Ottocento, a cura di Paolo Cirri, testi introduttivi di Alessandro Barbero e Sebastiano Vassalli, con più di cento immagini a colori e in nero, pp. 184, euro 30

I personaggi e le storie risorgimentali del Piemonte

19 maggio 2011 alle 15:15 | Pubblicato in Editoria, Interlinea | Lascia un commento
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Il Risorgimento è animato da storie emozionanti, umane, commoventi di uomini e donne che sperarono, soffrirono, patirono la galera, combatterono, vissero e morirono per la patria, l’indipendenza, la libertà, la giustizia e l’uguaglianza. Interlinea vuole rendere omaggio ai protagonisti di questo periodo storico attraverso il libro di Massimo Novelli La cambiale dei mille e altre storie del Risorgimento: l’autore, torinese con ascendenze alessandrine, fa rivivere episodi e personaggi a volte decisivi, a volte apparentemente minori, in taluni casi poco noti oppure venuti alla luce di recente. Un legame con la sua terra d’origine l’autore lo rivela nel racconto Il tricolore di Alessandria:

La storia ci dice pertanto che il giorno dopo l’occupazione della Cittadella di Alessandria, fatta costruire da Vittorio Amedeo II nel 1728 […], gli insorti inalberarono il tricolore e formarono una giunta di governo. A quel punto il colonnello Guglielmo Ansaldi, comandante in seconda della brigata Savoia, proclamò la “solita” Costituzione spagnola e affermò la volontà di battersi per l’indipendenza italiana. Non è che la dichiarazione d’intenti e il desiderio di battersi per l’Italia fossero così chiari e scontati per tutti gli animatori del moto rivoluzionario. E nemmeno il tricolore, sbattuto dal vento ancora freddo di marzo tra spalti e bastioni, era quello che oggi conosciamo. Quale fosse davvero, di che genere e tinta, del resto, è tuttora un mistero. O quantomeno una controversia annosa. Se per alcuni storici la bandiera innalzata dai nostri era sì rossa e verde, in memoria del regno italico, ma anche azzurra per rendere omaggio alla dinastia dei Savoia, per altri il colore del cielo non c’entrava proprio niente e bisognava, semmai, chiamare in causa l’amaranto dei carbonari. Le idee erano (e sono) abbastanza confuse, come si può vedere. Soltanto una cosa pare certa: i pronunciamenti liberali e nazionali, l’ostilità verso l’Austria, che pure si declinavano veri e puri, non intaccavano la fedeltà dinastica della stragrande maggioranza dei rivoltosi.

Tra i diversi protagonisti del volume ricordiamo il rivoluzionario conte Carlo Bianco di Saint Jorioz, il capitano e avventuriero Celso Cesare Moreno, il sergente Cirio, l’industriale Alessandro Antongini che finanziò i Mille, la garibaldina Tonina Marinello e la conturbante contessa Maria Martini.

Quell’unico romanzo italiano intitolato al muro di Berlino:

19 maggio 2011 alle 15:13 | Pubblicato in Editoria, Interlinea | Lascia un commento

Il muro di Berlino viene eretto, in pochi giorni, intorno alla metà di agosto del 1961. Il mese dopo, a Sesto Calende, Enrica Gnemmi (1922-2004) inizia a scrivere un romanzo, concluso nel settembre successivo e subito dato alle stampe, che rappresenterà l’unica opera d’invenzione intitolata in Italia, fra il 1961 e il 1989, al Muro di Berlino. A cinquant’anni esatti il romanzo è riscoperto e riproposto da Interlinea in una nuova edizione a cura di Paolo Zoboli.

Il libro narra la tormentata vicenda di Stefàn Rossbach dal «carcere orientale» di Berlino est, dove è preso in un «ingranaggio misterioso», a una angosciosa fuga al di là del Muro, tra le «folle anonime» del libero Occidente, nella vana ricerca di una impossibile libertà: una vicenda chiaramente modellata dalla scrittrice sulle predilette Ultime lettere di Jacopo Ortis ma da lei immersa in una atmosfera onirica e irreale memore, non casualmente, del Processo di Kafka.

La presentazione del romanzo è in programma a Sesto Calende, luogo natale della scrittrice dove il Comune distribuirà copie a scuole e istituzioni, sabato 14 maggio (sala consiliare del Comune, piazza Mazzini) con Paolo Giovannetti e il curatore Paolo Zoboli, già curatore di opere di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi e di Camillo Sbarbaro, nonché autore di studi sulla poesia ligure e sulla tradizione dei classici antichi nel nostro Novecento (tra cui Linea ligure. Sbarbaro, Montale, Caproni, edito da Interlinea).

L’edizione di Il muro di Berlino di Enrica Gnemmi si compone di una attenta introduzione, del testo del romanzo accuratamente rivisto ed emendato dei numerosi errori di stampa, di una incompiuta e inedita “continuazione” degli anni sessanta, nonché di un accurato apparato critico e di un ricco apparato di note, necessarie a esplicitare la ricchissima trama di rinvii – storici, letterari, filosofici, artistici, musicali – che contribuiscono a rendere particolarmente denso e prezioso il testo della Gnemmi.

 

UN BRANO DEL LIBRO

Un bastione senza torri. Stefàn vi andava tutte le sere da un anno. Giungeva fino a dieci passi da esso. Guardava le luci dell’altro pianeta poi tornava a casa. Aveva sentito un moto di ribellione la prima volta, quando il Muro era stato alzato, ma l’indifferenza aveva subito ripreso il suo posto nell’anima consegnata al silenzio. Stefàn andava tutte le sere al Muro perché nessuno ci andava. Quella sera, però, fece una cosa insolita: superò il limite che si era imposto. Nove, otto, tre, un passo. Il Muro era lì a portata delle sue dita. Se lo avesse toccato, se avesse sentito sulla pelle il freddo del cemento, avrebbe saputo inequivocabilmente che il Muro era una realtà alla quale non avrebbe potuto opporre la sua indifferenza. E poi che avrebbe dovuto fare? conoscere ancora la sofferenza, l’odio, l’ira? Per un attimo Stefàn giocò con la tentazione che lo voleva uomo vivo, ma la pigrizia ebbe la meglio. Ritrasse le dita. Voltò le spalle. Uno, due, sette, dieci passi: era salvo. Sarebbe andato da Cristal. Non la vedeva da molti mesi. La casa era tetra, la scala buia. La camera era sotto il tetto. Salì adagio. Bussò una sola volta: un colpo forte e breve. Cristal aperse subito. «Stefàn», disse con gioia. Egli entrò.

Enrica Gnemmi, Il muro di Berlino, a cura di Paolo Zoboli, Interlinea, pp. 304, euro 20

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